Quell’Italia un po’ anglosassone del professor Monti

Difficile a credersi, eppure dietro a quell’inconfondibile aplomb, a quella freddezza accademica, si cela un professore capace di strappare sorrisi e quasi di commuoversi. “È raro provare un’emozione incontenibile, eppure è quello che mi accade ora”. Esordisce proprio così, Mario Monti, nell’old theatre della London School of Economics, di fronte a una platea fitta di studenti accorsi per sentire la lezione del professore, con tanto di biglietti. Tutti esauriti, in meno di 12 ore, e una seconda sala con diretta su maxischermo allestita al volo e anch’essa stipata. Nemmeno fosse una finale del Chelsea.

La distanza dal suo predecessore è abissale e sembra passata un’era geologica da quando, in quelle stesse aule, soltanto pochi mesi prima, ogni riferimento all’Italia veniva inevitabilmente seguito da sogghigni non velati o da quel riso amaro tipico del belpaese. Ora qualcosa pare sia definitivamente cambiato. Sul palco della LSE, c’è un primo ministro italiano, che parla in inglese – ed è già una conquista – scusandosi per “l’accento provinciale”.

Non è certa la compassata compostezza di Monti a stupire, ma è più che altro quell’ironia sottile – la stessa delle lenticchie per la cena di Capodanno rinfacciate a Calderoli – che trapela più volte durante il discorso. Come nella battuta finale, quando, salutando la platea, il professore sessantottenne indossa un cappellino da baseball con il logo della LSE, augurando che sia “un simbolico ‘cap’ , un cappello ai tassi di interesse”.

Tipica ironia anglosassone che riscuote però l’apprezzamento anche del folto gruppo di italiani in platea. Sorrisi quasi di “liberazione”, a viso aperto, di chi finalmente sa di essersi (almeno in parte) scrollato di dosso un’immagine imbarazzante. Una voglia di riscatto, in un certo senso, che traspare anche dalle parole dello stesso Monti, quando si augura che l’Italia esca ben presto dal novero dei “problemi” per l’Europa, divenendo invece parte dei suoi punti di forza.

Tema dell’incontro è l’Europa e le sfide per la crescita in un’economia globale. Almeno così recita il biglietto dell’evento, perché in realtà il discorso del professore tocca l’argomento solamente per sommi capi. Visibilmente provato dal tour de force londinese iniziato col faccia a faccia con David Cameron, e seguito dall’incontro con il gotha della finanza alla borsa di Londra, Monti ribadisce i suoi capisaldi: una governance europea più forte e la necessità di una disciplina fiscale comune, su cui il prossimo vertice europeo, si augura il premier, dovrà trovare un accordo. Con buona pace del Regno Unito, che si è da poco chiamato fuori.

Il premier si sofferma anche sulla necessità di uno sforzo comune europeo per incidere sui mercati finanziari e per abbassare lo spread fra i buoni del tesoro italiani e quelli tedeschi. Perché anche se “l’Italia ha fatto il suo compito”, tutto questo non è sufficiente senza una politica comune. Si parla anche delle agenzie di rating, su cui Monti non ha certo parole di fuoco – “svolgono un lavoro difficilissimo, ed è facile criticarle” – ma non nega che la regolamentazione antitrust americana ha portato all’effetto perverso di avere il “mercato” delle agenzie di rating dominato da un manipolo di colossi.

Non ci sono facili ricette per la crescita, insomma, e le sfide per l’Europa, e tanto più per l’Italia, sono tuttora gigantesche. Nel frattempo però una prima piccola sfida, anche se simbolica, sembra essere vinta. Un’Italia che nella rigida Inghilterra ha ritrovato un po’ di dignità. È già un primo passo. Forse non servirà a rimpinguare il portafoglio, ma almeno riscalda l’animo.

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