Social media fra interazioni e contraddizioni

Attivismo online, cyber-balcanizzazione e nuove relazioni sociali. Il punto di vista di Aleks Krotoski

Basta un click su “mi piace”, seduti comodamente in poltrona, ed ecco che Facebook ci aiuta ad assolvere il compito con la nostra coscienza: ora anche noi sosteniamo la ricostruzione del Pakistan alluvionato, gli aiuti ai senza tetto di Haiti o la causa dei profughi del Darfur. Siamo improvvisamente diventati tutti più impegnati nell’era dei social network o si tratta soltanto di pigrizia e superficialità?

Secondo Aleks Krotoski, giornalista inglese esperta di tecnologia e comunicazione, la risposta, tutt’altro che univoca, sta nelle contraddizioni insite nello sviluppo del web. Nel corso del primo di una serie di incontri sul ruolo dei media organizzati da Polis (think-tank inglese nato dall’iniziativa congiunta della London School of Economics e il London College of Communication), Krotoski si sofferma sull’impatto delle relazioni create attraverso i social network sulla nostra vita quotidiana.

“Le nostre interazioni online – sostiene la giornalista inglese – riflettono sostanzialmente il nostro modo di interagire nella realtà”. Il web viene visto come “uno specchio della società”, in cui si ripercuotono non solo le innumerevoli opportunità di entrare in contatto con persone diverse, ma anche i rischi di estremizzazione delle nostre opinioni.

Secondo Krotoski, il web di per sé non è altro che “un mezzo di comunicazione agnostico”, una piattaforma neutra in cui sta a noi il compito di decidere che tipi di interazione intraprendere e quali contenuti approfondire. Possiamo raccontare su twitter cosa abbiamo mangiato a colazione o seguire gli sviluppi delle elezioni in Iran, ma il mezzo rimane sempre lo stesso.

 

Non solo. Il web rappresenterebbe una sorta di “virtual water cooler”, un catalizzatore di idee, punto focale di dibattito e scambio di opinioni. L’accento viene posto quindi sugli effetti positivi delle comunità online, in grado di rafforzare i nostri legami in base alle affinità di pensiero e non più alla vicinanza geografica. Si moltiplicano le nostre possibilità di appartenenza a un gruppo, le possibilità di “self-actualisation” o di realizzazione di noi stessi.

Eppure è a questo punto che, sostiene Krotoski, si insinuano le contraddizioni. Potremmo infatti non renderci conto che molto spesso le nostre opinioni, in realtà, non sono condivise da una maggioranza di persone, ma solamente da quella fetta di pubblico al quale ci rivolgiamo. Le comunità online si moltiplicano, senza però comunicare fra di loro, tanto che si giunge a parlare di “cyber-balcanizzazione”, ovvero la formazione di gruppi isolati, sempre più polarizzati ed estremisti.

I gruppi di Facebook o di altri social network si trasformano così in una “echo-chamber”, una stanza in cui le nostre opinioni si riverberano, piuttosto che essere confrontate e messe in discussione. “Provate a seguire su Twitter tre persone che la pensano in modo completamente diverso da voi e rimarrete stupiti da quanta repulsione avrete sviluppato dopo soltanto una settimana”, aggiunge provocatoriamente Krotoski.

Ma in definitiva, di che tipo di relazioni stiamo parlando? Che tipo di legami sono quelli creati fra le varie comunità presenti sui social network? La questione al momento è al centro del dibattito e le posizioni si dividono fra chi ritiene che i legami creati dai social network siano sostanzialmente deboli e chi invece ne sottolinea le potenzialità. Nell’attesa delle prossime evoluzioni, l’unica certezza, per ora, è che nell’era dei social network saremo costretti a rivedere il significato di concetti chiave, come attivismo, mobilitazione e partecipazione.

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