Se Twitter non fa la rivoluzione

Secondo Malcolm Gladwell i social media promuovono un attivismo pigro e rafforzano l’ordine sociale

Gli strumenti dei social media non sono in grado di stimolare cambiamenti radicali, ma, al contrario, “sono ben adatti a rendere più efficiente l’ordine sociale esistente”. È questa sostanzialmente la tesi sostenuta dallo scrittore Malcom Gladwell nel suo ultimo articolo sul New Yorker del 4 ottobre. Un punto di vista atipico che ha già sollevato un ampio dibattito fra i sostenitori dei social media.

Lo scrittore americano prende come spunto il movimento per l’affermazione dei diritti degli afroamericani nei primi anni Sessanta negli Stati Uniti. Citando l’esempio dei primi sit-in nell’università di Greensboro in North Carolina, Gladwell sostiene che dimostrazioni di questo tipo, in cui gli attivisti corrono seri rischi in prima persona, non sarebbero possibili oggi attraverso, ad esempio, Twitter.

La prima ragione è che i social network promuoverebbero un attivismo pigro, basato su legami deboli, senza forti relazioni personali. Se questi nuovi legami di per sé hanno numerosi lati positivi – ad esempio la possibilità di condividere idee e ampliare le possibilità di informazione –, tuttavia “raramente conducono a un attivismo ad alto rischio”. Questo perché, secondo lo scrittore americano, “riducono il livello di motivazione che la partecipazione richiede”.

La seconda ragione è legata alla natura stessa dei networks. Oltre alla presenza di legami forti, sostiene Gladwell, un forte attivismo richiede una struttura gerarchica, cosa che è di per sè contraria alla struttura delle reti: “Facebook e simili sono strumenti per la costruzione di reti, che sono l’opposto, nella struttura e nel carattere, delle gerarchie. A differenza delle gerarchie, con le loro regole e procedure, le reti non sono controllate da una singola autorità centrale. Le decisioni sono prese attraverso il consenso e i legami che uniscono le persone sono sfilacciati”.

In aggiunta, secondo Gladwell, le reti non sono in grado di pensare strategicamente, a causa della mancanza di una leadership centralizzata e della presenza cronica di errori e conflitti. Per questo non sarebbero adatte nel caso di azioni ad alto rischio o nel caso di cambiamenti che necessitano inevitabilmente di uno scontro con l’ordine costituito.

In conclusione, insomma, difficilmente oggi un gruppo di studenti tramite Facebook o Twitter potrebbe dar vita a un nuovo sit-in, come nel 1960. Secondo Gladwell, infatti, i social media facilitano la possibilità degli attivisti di esprimersi, ma rendono più difficile il fatto che quella stessa espressione abbia un impatto: “gli strumenti dei social non sono un nemico naturale dello status quo”.

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